Invito
alla riflessione sullo spirito benedettino
1.
Abbiamo
bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando
da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui
intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore,
in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri
e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso
uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli
uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale,
in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella
solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni
che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a
Montecassíno la città sul monte che, con tante rovine,
mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo. Così
Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli. Le raccomandazioni
ai suoi monaci poste alla fine della sua Regola, sono indicazioni che
mostrano anche a noi la via che conduce in alto, fuori dalle crisi e
dalle macerie. "Come c'è uno zelo amaro che allontana da
Dio e conduce all'inferno, così c'è uno zelo buono che
allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. È a questo
zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: si prevengano
l'un l'altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza a vicenda
le loro infermità fisiche e morali... Si vogliano bene l'un l'altro
con affetto fraterno... Temano Dio nell'amore... Nulla assolutamente
antepongano a Cristo, il quale ci potrà condurre tutti alla vita
eterna" (capitolo 72).
(Joseph Ratzinger, Conferenza su "L'Europa nella crisi delle
culture" per la consegna del Premio San Benedetto. Subiaco, 1 aprile
2005)
2.
A
San Benedetto trovò il mondo sociale e materiale in rovina, e
la sua missione fu di rimetterlo in sesto, non con metodi scientifici,
ma con mezzi naturali, non accanendovisi con la pretesa di farlo entro
un tempo determinato o facendo uso d'un rimedio straordinario o per
mezzo di grandi gesta; ma in modo così calmo, paziente, graduale,
che ben sovente si ignorò questo lavoro fino al momento in cui
lo si trovò finito. Si trattò di una restaurazione più
che di un'opera caritatevole, d'una correzione o d'una conversione.
Il nuovo edificio, ch'esso aiutò a far nascere, fu più
una crescita che una costruzione. Uomini silenziosi si vedevano nella
campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando e costruendo,
e altri uomini silenziosi, che non si vedevano, stavano seduti nel freddo
del chiostro, affaticando i loro occhi e concentrando la loro mente
per copiare e ricopiare penosamente i manoscritti ch'essi avevano salvato.
Nessuno di loro protestava, nessuno si lamentava, nessuno attirava l'attenzione
su ciò che si faceva; ma poco per volta i boschi paludosi divenivano
eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio, seminario,
scuola e infine città.
(J.H.
Newman, Historical Studies, II)
3.
La
battaglia della vita
Di Laura Cioni
Il
lavoro del monaco, per natura pacifico, è in realtà lotta.
La sua arma è l'obbedienza.
San
Benedetto vive in un tempo di barbarie: l'Impero romano d'Occidente
è caduto, le popolazioni germaniche sconfinano nei suoi territori
portando guerre e desolazione. Le campagne sono abbandonate, le città
in preda all'anarchia: sotto queste le tenebre del Medioevo! Benedetto
dapprima sembra fuggire questo mondo in rovina, lasciandosi alle spalle
la corruzione di Roma, ma il suo ritiro ha un esito imprevisto: egli
diviene il fondatore di un ordine monasticocce, perseguendo lo scopo
di dare gloria a Dio con la preghiera e il lavoro, ricostruisce il tessuto
religioso, culturale e sociale dell'Europa. Un'opera colossale, lenta
come la zappa che scava i solchi della terra, inesorabile come la forza
di un buon seme gettato nelle zolle. Si sa che i soldati e i contadini
sono nemici storici, fin dai tempi di Virgilio. Eppure, nel tratteggiare
la figura del monaco, sa Benedetto sembra unificare le virtù
degli uni e degli altri. All'inizio del Prologo della sua Regola, egli
si rivolge all'uomo che lo ascolta e lo invita a tornare, attraverso
la fatica dell'obbedienza a colui dal quale si era allontanato per l'inerzia
della disobbedienza. La vita monastica è un lavoro, che fa riacquistare
all'uomo la sua dignità di figlio. Ma questo lavoro, per natura
pacifico, si presenta come una lotta e chi lo intraprende deve essere
pronto a combattere, militaturus, brandendo le armi invincibili e gloriose
dell'obbedienza. Ecco che l'operosità del contadino e la disciplina
del soldato sono saldate insieme nel costruire una figura d'uomo rude
forse, ma anche molto ricca di fascino. L'abate ha i tratti di un condottiero,
di un proprietario terriero e di un padre: guida i suoi uomini nell'impresa
dell'unificazione di se stessi e insieme della costruzione di una scuola
del servizio divino. E' chiaro, infatti, che nessuno nasce maestro e
che occorre essere educati a diventare contadini e soldati, a un tipo
di umanità solida e tenace, ma anche tenera ed equilibrata.
Quanti rozzi sai chini sulle terre incolte o paludose d'Europa possiamo
immaginare nei secoli bui, pronti al cenno dei loro superiori, silenziosi
lavoratori sotto il cielo, o nella penombra dei chiostri, o nelle solide
mura delle chiese. Quello più famoso si incontra proprio all'inizio
di questa storia: è un goto, segno che nell'ordine sono accolti
sia romani sia germani, in un impasto di costumi e di lingue che solo
la discrezione del fondatore poteva tenere insieme in un tempo di lotta
tra popoli così diversi. Il goto, lo racconta san Gregorio Magno,
prima monaco e poi papa, nella sua Vita di san Benedetto, stava un giorno
liberando dai roveti un terreno, per farlo diventare un orto. Si trovava
sulle rive del lago e lavorava con tutte le sue forze per disboscare,
quando il falcetto che usava saltò via dal manico e cadde nel1'acqua,
così profonda da escludere ogni speranza di poterlo ripescare.
Il povero goto corse allora dal monaco che dirigeva i lavori e chiese
la penitenza per la sua disattenzione. Ma la cosa venne riferita a san
Benedetto, che scese in riva al lago, prese il manico dalle mani del
monaco e ricuperò miracolosamente il falcetto; poi rese al goto
l'utensile, dicendo: "Tieni, lavora, e sii contento". Enfasi
agiografica? Può essere, ma piena di vivacità e di significato.
Oggi non disboschiamo grovigli di spine, ma vorremmo anche noi essere
invitati a quella gioia che rende possibile lavorare con gratitudine
e con frutto. Possibilmente, anche noi, radicati nella terra dell'appartenenza
e con gli occhi fissi al cielo.