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Assunzione di Maria 2008

Avvento e S.Natale 2007

Quaresima e S. Pasqua 2007

Avvento e S. Natale 2006

Quaresima e S. Pasqua 2006

Avvento Natale 2008

PAX

Carissimi,

Vogliamo soffermarci con l’attenzione del cuore sulla lettura del brano di Vangelo di Luca 2, 1 – 14, perché la Parola di Dio ci prepari a vivere questo tempo cercando la sua Presenza prima di tutto.            

Questo brano ci delude un po’, ci appare povero di significati, infatti i personaggi principali non pronunciano nessuna parola, sono muti. Nessuna parola pronunciano Maria e Giuseppe e nessuna, ovviamente il neonato. Si tratta di un racconto che presenta una serie di umili gesti scanditi nel silenzio. Sullo sfondo stanno i grandi gesti del potere politico: il censimento di tutta la terra, per sottolineare l’esagerato potere romano che continua ad estendersi ed a opprimere i poveri. Sembra di leggere una pagina di un nostro quotidiano!            

C’è però un’eccezione verso la conclusione del brano: quella di un angelo del Signore che annuncia ai pastori, che di per sé sono fuori dalla scena centrale una grande gioia:

“Vi è nato un salvatore!”

E poi una moltitudine dell’esercito celeste loda Dio, proclama la sua gloria nel più altro dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama. Davvero straordinario in contrasto tra la povertà della scena centrale e la magnificenza della scena che fa da contorno. Il Dio di Gesù sembra qualificato da alcuni paradossi, da verità apparentemente al limite del buon senso ed anche al di là del buon senso comune: di fronte a Dio il piccolo appare più importante del grande, il povero più del ricco, il disprezzato più di colui che è importante, ed ancora, ciò che sulla terra è solitudine ed umiliazione, può essere grande e glorioso in cielo. Abbiamo perciò una prima indicazione: abituiamoci ad andare oltre le apparenze, al di là di quanto porta il sigillo della moda, del successo, del potere, dell’audience. Abituiamoci anche a guardare Dio come Colui che ordinariamente è dalla parte del più piccolo e del più povero, come qualcuno la cui onnipotenza si mostra anzitutto nella bontà e nella tenerezza, nell’affabilità e nella vicinanza ai più semplici ed ai più umili. Quanto appare nella scena ha un significato unico: Dio ci ama gratuitamente, ci ama prima che noi lo amiamo ed è capace di sacrificarsi per il nostro bene.         

Siamo invitati quindi a prendere coscienza di non essere soli ed abbandonati nel cammino della vita, di poter guardare in faccia senza eccessivo terrore ed affanno gli eventi “faticosi e imprevedibili” di questi ultimi tempi e quelli che forse ci attendono. Il Signore nel Natale è venuto con noi e con noi rimane, non ci abbandona nella nostra povertà. Il Signore è con i più poveri e dona loro salvezza, vincendo ogni ingiustizia ed oppressione.         

Il dono proprio del Natale, carissimi amici, dono che auguriamo a voi di tutto cuore, è quello della gioia ed della pace. Non una gioia ed una pace superficiali, effimere, ma la gioia e la pace di Dio, che non ci impediscono di partecipare e di sentire nostri tutti i dolori e le sofferenze dell’umanità, a cominciare dalle sofferenze del nostro povero Paese.         

Questa gioia  e questa pace che Gesù mette dentro di noi, possano entrare nelle nostre famiglie, nella chiesa, nella città e nella società per aprirci ad una più grande speranza!         

Nel cuore della S. Famiglia                                                    i vostri piccoli fratelli

Assunzione di Maria 2008

Carissimi,
nella stagione estiva si moltiplica il numero delle persone e dei gruppi che impegnano un po’ del loro tempo libero anche per visitare luoghi santi e accostare monasteri e luoghi di preghiera come il nostro Santuario.

Che cosa li spinge? Talvolta una semplice curiosità che va un po’ di moda, ma spesso una sincera ricerca di qualcosa di cui avvertono in sé l’esigenza e che non trovano nel loro ambiente consueto, dove la logica del mondo intacca tutte le cose e le svuota di senso.

Si può scorgere in questa ricerca una insopprimibile nostalgia di autenticità e di serietà, un bisogno impellente di uscire dalla mentalità del consumismo – specialmente per quanto riguarda il consumo del tempo che rende insipida la vita – e di approdare al mondo dello spirito, dove tutto ha un peso di verità e di eternità.

Spesso, a noi monaci che viviamo appartati dal mondo, capita spesso di sentirci chiedere una parola o la consegna di un segreto che possa aiutare a scoprire il vero e definitivo senso della propria esistenza. La risposta non può essere tratta da alcuna filosofia o scienza umana, ma unicamente da Colui che è alla sorgente e alla foce del fiume della vita ed è venuto a mettersi nel fluire della nostra umanità per stabilirci nella sua divina realtà.

Il Signore Gesù Cristo ci ha dato, con il suo esempio e il suo insegnamento, la parola-chiave per trasfigurare ogni istante della nostra vita. Questa deve essere vissuta con responsabilità, quindi con estrema serietà.

Purtroppo la nostra epoca è segnata dall’incostanza e dal dilettantismo; si fanno volentieri tante esperienze, sempre con la riserva di cambiare a proprio piacimento, evitando così di assumere impegni esigenti e definitivi che comportino sacrifici e rinunzie, ossia il dono totale di se stessi. Una collezione di tentativi ed esperienze non potrà però condurre né ad una maturità umana né ad una serietà di vita cristiana. Spesso si constata invece quale suo inevitabile risultato l’insoddisfazione cronica, il senso del fallimento e il tedio della vita.

Dietro a questo atteggiamento di instabilità e di disimpegno ci può essere una fragile personalità, ma anche la mancanza di una elementare educazione alla vita che tradisce l’errata concezione che si ha di essa nella nostra società secolarizzata. Se infatti si concepisce la vita come un qualsiasi bene di consumo, un bene privato da gestire a proprio piacimento, viene a mancare ogni slancio ablativo, ogni vero dinamismo vitale e, mentre si crede di conservarsi, ci si condanna a morire asfissiati nel proprio io. Il rimanere irresoluti e instabili per la paura di perdersi è già una perdita, e la più grave delle perdite, poiché tale comportamento tiene la persona in un corrosivo senso di incompiutezza e di frustrazione e la rende sempre meno capace di discernere la volontà di Dio e dare una risposta totale e responsabile.

Non ci si può permettere di continuare a “provare” molte cose cervando quella che “ci va bene”; è necessario decidersi per la scelta nella quale noi stessi dobbiamo lasciarci mettere alla prova e rendere idonei a compiere ciò per cui Dio ci ha creati, scelti e chiamati. E’ proprio una questione di serietà, sia che si tratti della vita consacrata che di quella matrimoniale o semplicemente professionale. In ogni caso la costanza segna il barometro della serietà e quindi della fedeltà. Si avverte, a questo proposito, l’urgenza di una sana e solida educazione che dovrebbe partire già dall’infanzia. Non si impara a vivere da sé: lo si apprende praticamente in seno agli ambiti vitali in cui si nasce e si cresce: la famiglia, la scuola, la società… Ma non è proprio quello che oggi viene sempre più a mancare alle nuove generazioni? E’ una tragedia di cui ci preoccupiamo seriamente.

Scriveva Rainer Maria Rilke: “Dio ci aspetta là dove affondiamo le radici”. E’ urgente, dunque, mettere radici e affondarle nella terra di Dio ricca di linfa vitale.

Aiutiamoci vicendevolmente a dare alla nostra vita una sempre maggiore consistenza nutrendola di Parola di Dio, di preghiera, di grazia sacramentale e diventando perciò sempre più oblativi, donati a Dio per i fratelli, creando così luoghi di educazione al bene.

i vostri piccoli fratelli

Avvento e S. Natale 2007

Carissimi,
i giorni si sono già rivestiti di quell'atmosfera un po' tenera, un po' malinconica propria di questo tempo d'attesa, così che il nostro animo si dispone a raccogliersi attorno a pensieri più grandi, a sentimenti più profondi: ci sembra quasi d'obbligo parlare un po', con voi, di Gesù! A Lui, unico nostro Salvatore, vogliamo tendere lo sguardo e invitare così i nostri amici più cari alla fede e all'amore.

Ma il parlare di Gesù sarebbe niente di più che un vuoto balbettio se non avessimo a cuore, prima di tutto, di incontrarci personalmente con Lui nella fede e di sperimentare la sua presenza salvifica nella nostra vita. E' quindi con "intelletto d'amore" che dobbiamo cercare di conoscere la sua Persona, per lasciarci totalmente coinvolgere nel suo mistero di grazia.

E' per questo che, all'inizio di un nuovo anno liturgico, ripartiamo nella meditazione dei misteri della nostra fede.

Eccoci ora davanti al mistero dell'Incarnazione: a quello che viviamo come il dolce evento del Natale, nell'atmosfera creata dall'evocazione dell'infanzia di Gesù; mistero la cui portata è immensamente grande e drammatica, se consideriamo il realismo del Verbo di Dio che si fa
carne, dell'eterno Figlio di Dio che nasce uomo sulla terra per condividere la povertà dell'umana creatura ferita dal peccato e riscattarla dalla morte mediante la propria morte.

Gesù è nato proprio al fine di poter morire per noi. In tal modo diventa nostro Salvatore. E il suo morire inizia dal suo primo vagito, dal suo patire il freddo, la fame, l'esilio, la persecuzione, ogni limite della natura umana fino all'ultimo respiro emesso sulla croce. Come ognuno di noi, anche il Figlio di Dio ha portato il peso della quotidiana esistenza, esposta a tutti i rischi e a tutte le fatiche. Ma di tutto questo Egli ha fatto un umile servizio, un dono di amore, un santo sacrificio, per dare anche alla nostra "fatica di vivere" un valore redentivo.

L'evento dell'Incarnazione non è, infatti, circoscritto entro quel tempo e quel luogo, ma si è esteso a tutto il tempo e a tutti i luoghi per raggiungere tutti gli uomini. E' per questo che noi ci troviamo ancora a vivere come attuale la venuta di Gesù nel mondo, la sua presenza in noi.

Non potremmo però contemplare e sperimentare con intensità la dolcezza e la forza di questo mistero senza farci accompagnare da Maria, Vergine di Betlemme e da Giuseppe suo sposo: é nel grembo di Maria che il Verbo si è fatto carne! Contemplando Colei che, credendo, è divenuta la porta attraverso la quale il Figlio di Dio è entrato nel mondo come uomo e vi è rimasto per sempre quale Dio-con-noi, possiamo imparare a compiere la volontà del Padre.
Giuseppe ci insegna ad accogliere Gesù nel grande salto della fede e dell'adorazione, a fare esperienza di Gesù, a conoscerlo. Conoscere il Figlio, Infatti, significa entrare in comunione di vita con Lui e per mezzo di Lui vivere in relazione filiale con il Padre.

Si riparte sempre dal dolce mistero dell'infanzia, da quel Bambino che vuole cercare una culla anche dentro di noi, da quel Bambino che è la Tenerezza di Dio e viene a mendicare il nostro amore. Questa è la grazia specifica del Natale; questo è perciò l'augurio più bello che ci possiamo fare vicendevolmente.
Nella Santa Famiglia, i vostri piccoli fratelli


Quaresima e S. Pasqua 2007

Carissimi,
ancora una volta ci è data la grazia inestimabile del "tempo favorevole” alla conversione; ancora una volta riprendiamo insieme il viaggio quaresimale con il desiderio di giungere alla Pasqua purificati dalle nostre colpe e rafforzati nella vita di fede e di carità.
Il nostro cammino risulti davvero una "strada fatta insieme”, una convergenza di intenti e di scelte concrete tese all'unico fine che è il Regno di Dio, la comunione di vita nel tempo presente in vista dell'eternità, a cui ogni istante della nostra esistenza va orientato.
Per una lunga marcia - compatta e in salita - occorre anzitutto e soprattutto la corda della carità. Su un popolo che cammina in silenzio adorante, un popolo i cui membri si fanno gli uni carico degli altri, specialmente dei più deboli, accettando la prova di tutte le stagioni dello spirito - pioggia e sole, neve e vento - il Signore, come già sull'antico Israele, stende misericordioso la sua "nube". Allora il deserto fiorisce. Sboccia un fiore di nuova primavera, una umanità nuova che riflette lo splendore e la gloria della santissima Trinità.
Ogni comunità religiosa dovrebbe sentirsi particolarmente chiamata a diventare icona della divina Koinonia, icona della comunione trinitaria. Non tutti siamo capaci di dipingere icone su tavole di legno, ma tutti possiamo e dobbiamo diventare icone portatrici del mistero di Dio nel cuore degli uomini mediante la purità di cuore, la povertà, l'obbedienza, ossia rivivendo il mistero del Cristo vergine, povero, obbediente per amore fino alla morte. La santità della Chiesa consiste sostanzialmente in questo: comporre in armonia la multiforme grazia, la diversa funzione delle varie membra, riconoscendo che ogni aspetto è necessario, indispensabile, e che solo dalla complementarietà sgorga una bellezza che lascia intuire il mistero insondabile di Dio.
Alle comunità monastiche spetta far fiorire in bellezza il carisma della intercessione e della contemplazione, ossia l'icona della trasfigurazione sul monte della preghiera. Ma la luce taborica deve irradiarsi su tutto il popolo che cammina nelle tenebre lungo l'arduo cammino della croce.
Mettiamoci dunque tutti insieme - ciascuno al suo posto, nel silenzio e nella preghiera, nell'alacrità del lavoro e dell'impegno nella famiglia e nella società - a cooperare docilmente con lo Spirito Santo che va dipingendo in ciascuno di noi l'icona della Chiesa, della "Sposa tutta bella", tratta fuori dalla schiavitù d'Egitto, dalla corruzione di Babilonia e introdotta nella città della pace, nella Gerusalemme celeste, dimora di Dio rivestita della sua luce. "Questa chiesa - diceva S. Leone Magno - è amata e cercata da Dio, perché a sua volta cerchi chi non la cerca e ami chi non l'ama..." (dal Discorso 48).
Auguriamo così a tutti una santa Quaresima e una Pasqua di vera gioia nello Spirito d'amore.
I vostri piccoli fratelli

Avvento e S. Natale 2006
Carissimi,
alle trasparenze luminose delle aurore e dei tramonti si alternano i banchi densi delle nebbie e, sopra le folate delle foglie morte che il vento stacca dagli alberi, passano in volo compatto gli ultimi stormi di uccelli migratori. E' tempo di transizione. Ma chi si domanda da dove vengono e dove vanno tutte le cose? A uno sguardo superficiale o distratto tutto sembra ovvio o banale; quanto peso di significati nascosti racchiude invece ogni creatura, ogni evento, ogni mutamento! L'uomo pensoso ne è profondamente ferito; si sente toccato da tutto quanto esiste e accade. E, in modo inequivocabile, avverte che il "perché" di tutto, il perché del suo stesso esistere è "altrove ".


Per questo ci domandiamo se non è forse oggi tanto necessario ritrovare la capacità di guardare il mondo con occhi stupiti di bambino.
Con l'inizio del tempo di Avvento, chiudendo un anno liturgico e aprendone un altro, torniamo così a raccoglierci in silenzio meditativo e orante, torniamo a riempirci il cuore di speranza nella trepida attesa che il mistero dell'Incarnazione si faccia ancora evento nell'oggi liturgico; torniamo ai suggestivi canti che invocano L'aprirsi del cielo per lasciar piovere il Giusto.
In tal modo sperimentiamo - come direbbe il teologo von Balthasar - il tutto nel frammento, l'eternità già nel tempo. Guardando al Cristo che deve venire a giudicare il mondo, lo invochiamo con la voce di tutta la Chiesa: "Veni, Domine Iesu! ".
Proprio perché l'umanità avanza faticosamente lungo i sentieri del tempo, come schiacciata sotto il peso della sua stessa storia, ci deve essere sempre qualcuno che la inviti a levare il capo, a guardare in alto, poiché è vicina la sua liberazione. Ci deve essere sempre qualcuno che cerchi e invochi per tutti il Signore. Vorremmo davvero saper scoprire negli avvenimenti del nostro vivere quotidiano la presenza del Signore della storia, percepirne i passi e il respiro nel cuore dell'universo e nel nostro stesso cuore, per annunziarlo con grida di gioia: "Rallegratevi, il Signore viene; il Signore è vicino! Viene a colmare le nostre solitudini, a guarire le nostre angosce, a disperdere le nostre tenebre e a liberarci dalle nostre paure".
E proprio perchè conosciamo la nostra debolezza, la nostra incostanza e la nostra ricorrente tentazione di arrestarci o darci alla fuga, teniamoci stretti a Maria, la Vergine fedele, la Madre che ben conosce la strada dell'umiltà e della totale docilità a Dio. Facciamo anche come ci suggerisce S. Benedetto: stringiamoci insieme in fraterna e compatta schiera (RB 1,5), per essere capaci di resistere all'impeto del male con la forza invincibile dell'amore e della preghiera.
Così, vigilanti e pronti, ci trovi il Cristo al suo nuovo sorgere nell mondo come stella del mattino.
E tutti ci illumini con il radioso sorriso della sua bontà e della sua pace.
Nel suo amore, i vostri piccoli fratelli.

Quaresima e S. Pasqua 2006
Carissimi,
la Quaresima e la Pasqua ci pongono davanti ancor più vivo il mistero della redenzione per farcelo non solo comprendere per farcelo non solo comprendere, ma anche sentire in atto nella nostra esistenza personale, nella Chiesa e nella storia dell'umanità di oggi. L'iconografia del Medioevo ha spesso rappresentato il mistero della redenzione con la figura di Dio Padre che regge le braccia della croce su cui è immolato il Fíglio, mentre su entrambi apre le ali la bianca colomba, simbolo dello Spirito Santo, da cui si irradia.

Sarebbe del tutto errato pensare il Padre come il Dio severo e giustiziere che colpisce
crudelmente il Figlio fatto uomo e caricato di tutti i peccati dell'umanità. In realtà, il Padre consuma nel suo cuore tenerissimo - con viscere materne! - la passione che il Figlio consuma nel suo corpo umano appeso alla croce. E ad alimentare tale passione è lo Spirito Santo, I'Amore che li fa Uno.

"Stendendo le mani sulla croce, o Cristo, tu hai riempito I'universo della tenerezza del Padre", esclamava san Giovanni Crisostomo. E santa Caterina da Siena: "O misericordia che esce dalla tua divinità, Padre eterno; nella misericordia tua fummo creati; nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo... La tua misericordia dà vita!"

Nel sacrificio redentore di Cristo si manifesta dunque l'infinita compassione del Padre
nostro celeste. E' questo motivo di immenso conforto per noi così facilmente paurosi del giudizio di Dio e inclini a leggere in chiave di castigo le circostanze dolorose della nostra vita. Noi siamo purtroppo di vista corta e ancora influenzati dalla mentalità del mondo; abbiamo bisogno di acquisire una più limpida mentalità cristiana, per credere di essere amati davvero "follemente" da Dio. Egli, infatti, ha concepito e attuato per noi un disegno di salvezza che lo ha coinvolto fino in fondo con la nostra miseria e con il nostro conseguente dolore. Le piaghe del Figlio, grazie alle quali siamo stati redenti, si sono aperte anche nel cuore del Padre. Se non fosse così Gesù ci avrebbe detto: "ll Padre stesso vi ama...'? (Giovanni 16,27). Questo ci può bastare per crescere nella gratitudine e per dire senza posa con l'apostolo Paolo: "Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. E' lui, infatti, che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferito nel regno del suo Figlio diletto per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (Colossesi 1,12-13).

Quali "figli della luce", cantiamo con la vita la nostra santissima fede e la nostra incrollabile speranza, senza lasciarci turbare dagli sconvolgimenti del mondo, poiché il male non è
più forte del bene. La via della croce è necessariamente da percorrere, ma per arrivare alla luce e alla gioia della Risurrezione.

Cogliamo I'occasione di condividere, con voi, una grande gioia: ricorre quest'anno, per
noi, il venticinquesimo anniversario di PROFESSIONE DEI VOTI e ne siamo molto felici e grati al Signore, come potete ben immaginare. Vi chiediamo di ringraziarlo con noi nella preghiera di lode e di gratitudine.

Prepariamoci insieme ad una Pasqua radiosa.

 


 

 

 

 

 
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