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Icone, finestre sul Regno

Come la liturgia, anche l’icona offre un anticipo del Regno. E’, anzi, una finestra sul Regno. Non è arte sacra, non nel senso che in Occidente attribuiamo a questa espressione. Perché in essa ciò che conta non è il “soggetto religioso”, non è l’ispirazione, non è la tecnica… anche se ispirazione e tecnica hanno la loro importanza. E non è neppure l’espressione dei sentimenti – se non in alcune sue forme e generi. Ed è estranea a ogni forma di naturalismo o di imitazione della natura.

Essa è lo specchio visibile di una realtà invisibile. E’ come uno di quei bellissimi poster che vediamo nelle agenzie turistiche, diceva lo scrittore e sacerdote Virgil Gheorghiu.
Anche l’icona, come quei dépliants, è un invito al viaggio. Ma, invece di esaltare le bellezze di qualche località esotica, essa riaccende la nostalgia di un mondo bagnato dalla luce della grazia.

Arte liturgica, l’icona è il riflesso e l’eco della liturgia incessante che si celebra nel Regno dei cieli. Un’arte che nasce dal silenzio e che si nutre di silenzio, perché teme più di ogni altra cosa la verbosità, il parlare a vuoto. Non è pittura narrativa. E’ una forma di preghiera e di contemplazione. Tutta l’arte dell’icona si fonda su tre elementi, che gli iconografi interpretano secondo la loro cultura e la loro sensibilità: la stilizzazione dei personaggi, la prospettiva inversa, il fondo dorato.

Gli occhi piccoli, le orecchie grandi, pronte all’ascolto, i personaggi delle icone somigliano ben poco a persone reali: sono figure ormai libere dei pesi della vita in questo mondo. Quelli che vediamo non sono ritratti o fotografie realistiche. Sono immagini di un’umanità redenta, riscattata definitivamente dal peccato. Sono volti restituiti alla loro vera identità: privi di ogni maschera, non più obbligati a recitare.
La prospettiva inversa ci ricorda l’esistenza di un mondo in cui non valgono le leggi della fisica o i teoremi della geometria. Ecco allora quei paesaggi e quelle case che sembrano stare in piedi per miracolo, quelle forme che sfidano la forza della gravità lanciandosi verso il cielo, ecco i personaggi troppo piccoli o troppo grandi, sproporzionati rispetto al resto della scena. Essi ci dicono che l’icona non è arte dell’apparenza, bensì della trasparenza; una trasparenza non idolatrica, perché rinvia continuamente a un Altro e a un Altrove, è segno di una realtà che ora vediamo confusa come in uno specchio di acqua torbida e che nel Regno vedremo faccia a faccia.
Infine, il colore dell’oro, usato per lo sfondo, simboleggia la luce del Tabor che ormai inonda il creato. Non è soltanto un elemento decorativo, bensì un motivo teologico, al pari degli altri due elementi qui ricordati.

Da molti anni, anche in Occidente questa forma di arte e di spiritualità ha trovato un suo spazio, fa parte del nostro paesaggio interiore, ci fa compagnia: come se fosse un antidoto al realismo e al naturalismo di certa pittura religiosa. La sua non è una presenza quotidiana, eppure mai banale. E non si può liquidare come moda passeggera o, peggio, come un segno di debolezza dei cristiani di Occidente, come il rifugio in un paesaggio lontano della cattolicità. Perché non c’è una sola arte cattolica, rigida e monolitica. Tra i doni del cattolicesimo vi è, per fortuna, la varietà. E l’icona, arte della Chiesa indivisa, teologia per immagini, è lì a ricordarci la necessità di un ecumenismo che sia anche, se non prima di tutto, ricerca di bellezza. Quella bellezza che, secondo la famosa frase di Dostoevskij, salverà il mondo.





 

 



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